Violenza sulle donne: quale responsabilità ha la pubblicità?

Violenza sulle donne: quale responsabilità ha la pubblicità?

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Oggi, 25 novembre, si celebra la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. La scelta della data non è casuale. Come ci spiega l’onnisciente amica Wikipedia, “…questa data fu scelta in ricordo del brutale assassinio nel 1960 delle tre sorelle Mirabal, considerate esempio di donne rivoluzionarie per l’impegno con cui tentarono di contrastare il regime di Rafael Leónidas Trujillo, il dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell’arretratezza e nel caos per oltre 30 anni“.

Dal 1960 ad oggi molte cose sono cambiate, nella nostra e in altre società. Molte cose, ma non tutte. Molte cose, che non significa che siano abbastanza. Tutt’oggi sono troppo numerosi i casi di violenza sulle donne che balzano alla cronaca, senza contare quelli taciuti e passati sotto silenzio.

Le forme di violenza sono tante. Ci sono quelle che ti portano al pronto soccorso e quelle che ti lasciano lividi e cicatrici. Ci sono quelle fatte di urla e insulti, minacce e ricatti. E poi ci sono quelle perpetrate sotto gli occhi di tutti, veicolate da mass media e pubblicità.

Per anni e anni – e la tendenza ahimè non si è ancora esaurita del tutto – una buona fetta della comunicazione pubblicitaria si è servita impropriamente dell’immagine femminile, mercificandola e svilendola. Anche questa è una forma di violenza. E’ la violenza che agisce su un immaginario, che agisce sul simbolo-donna in un sistema culturale e di valori.

 

L’uso dell’immagine femminile nelle pubblicità con annessa distorsione sessista può offrire una casistica così ampia che sarebbe impossibile – e deprimente – analizzarla in questa sede. Per fortuna, ci sono delle eccezioni e delle alternative.

Sì, perché le alternative intelligenti ci sono sempre. Alternative che parlano di donne un po’ più autentiche, senza strumentalizzazioni e senza distorsioni. Alternative che parlano ad un pubblico più sensibile, più informato, più maturo.

Un esempio che ormai è diventato un classico moderno della comunicazione è quello di Dove e della sua campagna Real Beauty. Dove ha impostato gran parte della sua strategia di comunicazione sull’esaltazione della bellezza naturale, rinnegando quei canoni stereotipati e ingannevoli che la pubblicità ha alimentato per anni.

Quanto importante sia il ruolo della pubblicità nel veicolare messaggi, stereotipi e immagini d’ogni sorta non sfugge nemmeno a quei politici nostrani che hanno preso posizione sulla questione delle pari opportunità e della dignità femminile. Intervenuta al convegno del Senato “Donne e media”, la presidente della Camera Laura Boldrini si esprime con piglio critico sugli stereotipi pubblicitari, che qui in Italia insistono nel ritrarre la donna come un gadget da cucina, pronta a servire marito e figli, o come antenna sexy che capti l’attenzione e gli sguardi del pubblico maschile.

Anche Napolitano si esprime sul tema, rivolgendosi in verità più ai media che ai pubblicitari (sebbene entrambi, in una certa misura, si influenzino vicendevolmente). Così il Presidente della Repubblica, in un messaggio a un convegno di Pubblicità Progresso, ha affermato:

“La dilagante rappresentazione del corpo femminile come bene di consumo rafforza fuorvianti atteggiamenti possessivi nei confronti della donna. […] Le donne siano rappresentate con sobrietà e dignità nei media…”

E le parole di Napolitano aiutano a chiudere il cerchio. Cosa centra la rappresentazione della figura femminile nella pubblicità e nei media con la violenza sulle donne? Centra, eccome. Perché finché si continuerà a rappresentare, concepire e suggerire l’immagine femminile come bene di consumo, si avvalleranno silenziosamente gli atteggiamenti di chi crede di poter disporre liberamente della donna, come fosse una proprietà privata.

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