Body shaming, le solite declinazioni

Body shaming, le solite declinazioni

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Di questi tempi l’anno scorso ci si chiedeva se il nostro corpo fosse pronto per la spiaggia e lo si faceva malamente a seguito di una tanto sfortunata quanto poco lungimirante pubblicità apparsa nella metro di Londra che chiedeva, per l’appunto, Are you beach body ready?. In bella mostra una modella dal fisico scultore e la nemmeno tanto sottile allusione al fatto che solo chi rispetta certi canoni estetici potesse permettersi di pensare ad andare in spiaggia. Il dibattito che ne è scaturito ha bollato come pericolosa la pubblicità, classico esempio di body shaming che suggerisce l’erronea necessità di rispecchiare solo certi canoni estetici per sentirsi bene.

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La notizia di questi giorni è che il neo eletto sindaco di Londra, Sadiq Khan, ha dato il via ad una nuova politica per le pubblicità del trasporto pubblico Londinese, la TFL, vietando ogni tipo di pubblicità che suggerisca una qualsiasi forma di discriminazione estetica, nonché che abbia una cattiva influenza su ragazzi e ragazze. Cominciamo ad insegnare la bellezza della diversità piuttosto che l’omologazione a certi canoni estetici e smettiamola di indicare ciò che è giusto o sbagliato, ogni corpo è pronto per la spiaggia, basta mettere un costume da bagno.

Nessuno si sentirà più sotto pressione mentre viaggia in metro ritrovandosi a doversi confrontare con ideali poco realistici. 

Il punto dell’intera questione è sempre lo stesso: non si tratta di censura, ma di ricordare a tutti, soprattutto alle giovani ragazze, che il modello di femminilità che ci rappresenta dobbiamo crearlo noi stesse con riferimenti veritieri, credibili, non costruiti a tavolino. E non sarà più la pubblicità o il photoshop a insegnarci cosa è più giusto essere o diventare come donne.

Prendiamo per esempio l’immaginario legato all’abbigliamento sportivo e le protagoniste delle pubblicità a tema: toniche, asciutte, longilinee, tutte simili. Il magazine online Runway Riot ha provato a scardinare questa consuetudine, senza definire questi modelli irreali (sono sportive, è normale che siano toniche e potenti), ma riadattandoli a fisicità diverse, quelle delle donne che indossano comunque abbigliamento sportivo, ma che non aspirano a diventare atlete professioniste. Questo è il servizio fotografico di Jen Plas che ritrae le protagoniste di questo progetto editoriale senza ritocchi, senza stratagemmi ottici, ma in tutta la loro bellezza, così come appare.

(credits: Jen Plas per RunwayRiot)

(credits: Jen Plas per RunwayRiot)

(credits: Jen Plas per RunwayRiot)

E mentre si lavora su questo fronte del body shaming succede che dopo una serata importante dei Tony awards, gli oscar del teatro americano, che hanno premiato la diversità e ricordato le vittime di uno dei più feroci delitti della storia dell’America moderna con messaggi di speranza e amore, cosa salta all’occhio dei giornali italiani? La “trasformazione” di Meg Ryan, che non è più la ventenne di allora e che ha scelto la chirurgia estetica per il suo viso.

AP

L’ho scritto anche tempo fa, la ricerca della perfezione può portare a trasformazioni inaspettate, difficili da digerire soprattutto se sei un personaggio pubblico, ma siamo sicuri che sia necessario commentare in maniera così rude e sensazionalistica l’aspetto di una donna di 55 anni? Non è forse body shaming anche questo? Ma è davvero una notizia il botox di Meg Ryan?

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