Il mestiere (liquido) di scrivere contenuti

Il mestiere (liquido) di scrivere contenuti

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Credo di essere il primo, nella mia famiglia, ad essersi dedicato alla libera professione. In parte, quindi, il mio è un destino da incompreso. Spiegare il mondo della libera professione a chi è da sempre abituato alla vita da dipendente (nel bene e nel male) non è affatto semplice. Sto ancora cercando di spiegare ai miei perché non ho uno stipendio fisso.

Diventa ancora più difficile spiegare – a casa e fuori – in che cosa consiste il mio lavoro da libero professionista. Spesso taglio corto e dico che il mio lavoro consiste nello scrivere. Potrei essere più preciso? Forse. O forse no.

Il mestiere liquido di scrivere contenuti

Forse per essere più preciso potrei specificare il canale o il mezzo o il supporto su cui scrivo. Scrivo su Twitter e su Facebook, ad esempio; scrivo su questo blog, scrivo i testi per un’affissione pubblicitaria (c’è ancora chi le chiama così?) o una locandina, eccetera eccetera.

Ovviamente una differenza c’è. La scrittura pubblicitaria ha regole, necessità, scopi e peculiarità differenti rispetto alla scrittura giornalistica, al blogging e alla scrittura sui social network. Persino tra i vari social media esistono differenze fondamentali: editare un post su Facebook è tutta un’altra storia rispetto a twittare un intervento di massimo 140 caratteri. Eppure sono convinto che il cervello di chi scrive (il mio cervello) non sia diviso in compartimenti stagni. Quando mi accingo a scrivere non mi preoccupo mai preventivamente del ruolo professionale che sto ricoprendo in quel preciso momento, quando le dita sono pronte a ticchettare sulla tastiera del pc. Scrivo nello stesso momento indossando le molteplici vesti di giornalista, copywriter, utente social, ufficio stampa e chi più ne ha più ne metta. Forse potrei tagliare corto, dicendo che scrivo nella veste di creatore di contenuti. Punto e basta.

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The Anatomy of Content Marketing by Content+

 

Mi ha molto consolato leggere su Wired.it l’articolo del vicedirettore Federico Ferrazza intitolato36 cose che ho imparato negli ultimi 3 anni (sui siti di informazione)“. Tra i 36 punti esposti da Ferrazza nel suo pezzo, ho letto con sollievo:

2. Non esiste più (aggiungo: per fortuna) una distinzione netta tra giornalisti, marketing e reparto commerciale. Chi la invoca è fuori dal tempo o semplicemente un/a cretino/a.

[…]

6. Se mai è esistita la distinzione tra giornalismo e intrattenimento, in Rete esiste molto meno.

L’articolo di Ferrazza fa riferimento nello specifico al mondo dell’informazione e dell’editoria, che non è propriamente il mio settore (non al momento, quantomeno). Ma leggere le sue parole mi ha dato l’ennesima conferma di quanto il mestiere di scrivere sia diventato liquido. Sempre più svincolato da etichette e categorie. E sono sempre più convinto di quanto importanti siano i contenuti e non le etichette che ci appiccichiamo addosso nel momento in cui li produciamo.

Dunque ho deciso: d’ora in avanti, quando i miei mi chiederanno cos’è che faccio nella vita, rifuggirò le più canoniche definizioni e risponderò: “Creo contenuti“. Senza paura di sembrare troppo vago.

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