L’abitudine di essere cattivi

L’abitudine di essere cattivi

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Come saggiamente scrive il mio amico Silvestro verrebbe da dire anche a me che a volte i social media sono dei “posti” orribili. Con questo non arriverò alla conclusione che l’intero web è un posto orribile, non potrei mai, piuttosto ribadirò un concetto: sono le persone che lo frequentano a rendere più o meno bello un particolare un mezzo di comunicazione.

Prendiamo, per esempio, una delle notizie più cliccate in questi ultimi giorni:

Giovanni Veronesi, regista, definisce la regina italiana di Youtube, Clio makeup, una cicciona in un programma radiofonico su radio rai 2.

Quanto suona anacronistico questo termine? Quanto degradante è, per Veronesi, non riuscire ad articolare un pensiero più sviluppato per frenare questo stupido appellativo? Non si tratta di difendere una giovane donzella indifesa, né, come ho letto da altre beauty blogger, farsi venire il sospetto che la povera Clio ci marci sopra per ottenere più visualizzazioni. Non è questo il punto. La questione reale è che la società moderna ancora ritiene accettabile o, peggio, divertente questo tipo di sfottò, che sia sul web, in radio o su altri mezzi.

Non fa ridere il termine cicciona, né fa ridere prendersi gioco di una pelle imperfetta. È di qualche giorno fa la valanga di commenti twitter sui brufoli di Melissa P, nuova concorrente dell’Isola dei Famosi, con tanto di citazioni social di Topexan, noto brand dedicato alla pelle acneica.


Non era forse più preoccupante l’affermazione successiva “sono diventata astrologa”? Perché la popolazione degli influencer su Twitter ha puntato subito sulla denigrazione estetica? La pelle imperfetta fa così ridere?

Questo si chiama body shaming, ci fanno campagne di sensibilizzazione bellissime e commenti così stupidi non possono essere più tollerati nel 2015. E tutto questo a prescindere dalla figura di Clio make-up, che seguo solo per alcuni aspetti e della quale non sono fan sfegatata, e di Melissa P, della quale mi sono sempre poco interessata.

Ma per ripristinare il giusto equilibrio tra queste beghe social poco edificanti e la bellezza, date uno sguardo a Bust Magazine che, nel nuovo numero, dà uno schiaffo a tutti, moralmente si intende, e propone un questo servizio fotografico.

Ashley Graham, Danielle Redman, Inga Eiriksdottir, Julie Henderson e Marquita Pring, cinque modelle plus size, bellissime, a dimostrare a tutti che la taglia 38 non è che un numero. Certo, sono plus size solo formalmente, non sono donne “vere” nemmeno loro, troppo belle, ma il messaggio, a mio parere, non è questo. Il punto è che fuori dalle misure standard della moda, fuori dal mondo del photoshop che cancella i pori della pelle, fuori dai social network, lontano dai giudizi trancianti di qualche influencer o della massa cattiva, ci sono donne con storie personali da rispettare. E se proprio c’è da fare sana e sacrosanta satira, beh, non sarà certo il caso di farla su due brufoli.

Poi, ovviamente, se gli stessi make up artist, personal trainer e stylist del servizio fotografico di Bust Magazine volessero prendersi cura di me ogni giorno io non mi opporrei eh.

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(photo credits: Bust Magazine)

Ma la domanda alla fine di questo discorso la prendo in prestito da un pezzo, pubblicato dal Guardian, di Lindy West, scrittrice, femminista e comica americana, su un episodio gravissimo ed estremo di persecuzione e trolling sui social.

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Uno sconosciuto decide di attaccarla e per farlo apre un account Twitter a nome del suo defunto padre. Come si reagisce in questi casi?

Does ignoring trolls actually stop trolling? Can somebody show me concrete numbers on that?

E quando le hanno risposto:

If you can’t handle it, get off the internet.

probabilmente sono andati un po’ fuori traccia.

Chi l’ha detto che se sono sul web devo sopportare questi atteggiamenti. Chi l’ha detto che devo aver paura di mostrare quello che sono esteticamente, o di scrivere quello che penso solo perché il resto del mondo non sa tenere a freno la lingua? 

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