La dittatura dei selfie

La dittatura dei selfie

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Ce l’ho avuto anche io un pensiero stupido appena ho visto il progetto Bad portraits della blogger inglese Julie Kirk:

“Ci vuole coraggio per farsi vedere così”

E quasi contemporaneamente il mio cervello stava pensando che non esiste benché la minima possibilità che io mi faccia foto di questo tipo.

Non ci sono nudi, né volgarità o pose particolarmente scandalose, questo progetto mostra gli autoscatti meno riusciti di Julie come presa di posizione contro la “tirannia della perfezione”.

Ed è qui che ho capito: non esiste nessuna regola sui selfie, chi l’ha detto che devi sempre avere l’aspetto da modella di copertina? Quando è diventato obbligatorio avere un profilo Instagram pieno di primi piani conturbanti? A vedere l’uso comune pare sia davvero necessario fotografarsi spesso e bene sui social network. Ma da cosa scaturisce? Bisogno di conferme, narcisismo o condizione necessaria per sviluppare una relazione con gli altri utenti?

Bad portraits fa parte di una campagna più grande, #BREAKFREE di Marie Claire Uk, che invita le donne a liberarsi di ciò che le fa sentire piccole, inadeguate, sempre in conflitto col mondo. In questo senso il progetto di Julie spiega come sia necessario perdonare le proprie debolezze, o meglio:

In sharing my photos I aim to give other women permission to forgive themselves for not being cover girl perfect.

Perdonarsi perché non sei una donna da copertina. Perdonarsi perché per ogni foto che trovate pubblicabile, di scattate e scartate ce ne sono almeno altre 50 in cui, letteralmente, vi odiate.

Una foto pubblicata da Julie Kirk (@withjuliekirk) in data:

Questa versione di #BREAKFREE ha reso Julie libera della pianificazione di ogni singola foto, della ricerca della luce giusta, dell’angolazione perfetta, dalla necessità di mostrarsi meno difetti possibili all’anonimo follower che non ci penserà due volte a darti della cessa, in ogni caso.

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Credits: Julie Kirk.

Bellissimo, bravissima, che ideona, siamo tutte libere finalmente, salvo poi leggere la confessione della stessa Julie che, nel suo blog personale: prova orgoglio per il suo progetto in bella vista su Marie Claire, ma si sente troppo esposta con quella foto in homepage. L’ennesima dimostrazione che una foto può ancora essere causa di insicurezze feroci per una donna. Alla faccia della libertà.

Ritorniamo alla questione chiave, allora. Mostrarsi avvicina l’audience, crea un contatto con chi legge o segue una blogger, aiuta il lavoro delle influencer, ma dedicarsi sempre e solo ad un selfie al giorno forse è indice di pochezza di contenuti. Cosa ci può render più libere, poter postare proprie foto non ritoccate e posate o quella di poter essere una donna sul web che non ha bisogno di un selfie al giorno per comunicare?

selfie-meme

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