Il posto delle donne

Il posto delle donne

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Mi sono ritrovata a difendere, con mia grande perplessità, le foto della arcinota Kim Kardashian. Un selfie nuda davanti allo specchio oscurato nei punti più scabrosi e una valanga di donne (e uomini ovviamente) a ricordarle che è una madre e che in quanto tale dovrebbe smetterla di mostrarsi senza veli. Come se tutte le donne del mondo, fatto un figlio, smettono di vivere la sessualità e diventano esclusivamente oggetti per la riproduzione. Come se fossero le voci sui social network ad avere il potere di decidere quando una donna può mostrarsi e, in quell’occasione, come è meglio farlo per il buon senso comune.

Una foto pubblicata da Kim Kardashian West (@kimkardashian) in data:


Lasciamo che Kim, donna moderna del XXI secolo, imprenditrice di successo, continui a fare un po’ quello che le pare con il suo corpo, sta a noi poi scegliere i giusti riferimenti culturali e a insegnare a distinguere modelli di successo dalla pura degradazione. No, la Kardashian non è certo un mio modello di successo, ma una donna libera sì.

La degradazione del corpo femminile, invece, inizia nel momento in cui è il modello precostituito a prevalere, quello che privilegia le donne oggetto nella pubblicità, quello che crea le categorie e i preconcetti sul femminismo e sulle battaglie per l’indipendenza. Prendiamo per esempio la recente campagna di Women not objects, un movimento che ha una mission ben precisa: eliminare dall’immaginario della pubblicità il concetto di donna oggetto e raccontare una nuova femminilità, quella che non si lascia convincere da modelli antichi e superati.

To teach girls that their worth is not their weight, their looks or their body parts, but who they are, what they have to say and what they can do.

Sapere, cioè, che in quanto donne possiamo smettere di pensare sempre e solo all’aspetto, all’uniformarci al modello di bellezza imperante e ricordarci che quello che importa è ciò che abbiamo da dire, ciò che vogliamo fare del nostro posto nel mondo.

burger king advertising woment not object

credits: #Womennotobjects

Questo è un concetto molto più complesso di quello che si pensi: abbiamo la facoltà di essere quello che vogliamo senza che nessuno ci dica qual è il nostro posto. Meglio ancora, il mio posto è quello che io stessa decido.

E in questa riflessione si inserisce la cronaca, persino quella politica. Paradossale no? Perché proprio nel 2016 prevalgono le opinioni di uomini che non credono che una donna incinta possa candidarsi e ricoprire una carica pubblica. Dopo la Kardashian difendo anche la Meloni, incredibile.

[…] è chiaro a tutti che una mamma non può dedicarsi a un lavoro terribile” come amministrare Roma “che è in una situazione terribile. Fare il sindaco di Roma vuol dire stare in giro e in ufficio 14 ore al giorno. Ci sono persone che per egoismo di partito cercano di spingere Giorgia a questo e a fare il suo male” 

dice Berlusconi, un po’ come nella fine dell’800, quando era il ciclo mestruale ad ottenebrare il nostro operato secondo la credenza maschile.

E per non deprimerci troppo con i fatti di casa nostra, bulliamoci di non avere uno come Trump in corsa come presidente, almeno per ora. Questo è il Trump-pensiero sull’universo femminile, tutto vero, certificato, rintracciabile e raccolto in un video.

“Women, you have to treat ‘em like shit” 

“I like kids, i mean i won’t do anything to take care of them. I’ll supply funds and she’ll take care of the kids”

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Di Trump se ne occuperanno gli elettori americani, si spera, di Berlusconi chissà. Nel frattempo non lasciamo che ci dicano cosa dobbiamo essere e non facciamocelo dire dalla pubblicità, dai politici, dalle famiglie, dai mariti e compagni. Ma soprattuto non cadete in tentazione: non siate voi stesse a dire ad un’altra cosa può o non può essere. Nemmeno a Kim Kardashian.

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