Gilmore Girls, tra nuova serie e spettro del “white feminism”

Gilmore Girls, tra nuova serie e spettro del “white feminism”

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Ho aspettato per quasi 10 anni la notizia del ritorno delle Gilmore girls e il ripristino dell’ordine delle cose inteso come:

  • #teamJess,
  • Rory penna di punta del New Yorker
  • Lorelai e Luke sposi

Con l’entusiasmo di una quattordicenne ho iniziato le nuove quattro puntate gustandomi ogni momento dell’Inverno e affrontando con rassegnazione la caduta libera dell’interesse man mano che si avvicinava l’Autunno.

Bello il saluto iniziale e l’abbraccio tra madre e figlia, divertente vedere tutti invecchiati: Lorelai con gli zigomi lucenti, Rory ancora ventenne, Luke con una chioma nuova, Zach bolso, ma soprattutto Jess e Logan con pettorali e bicipiti gonfi da supereroe Marvel. Tutti invecchiati con grazia, ma sostanzialmente invariati nel loro modo di essere. Ed questo è il problema fondamentale della serie. Nell’attesa noi siamo maturati e le nostre vite sono cambiate. Il mondo delle Gilmore girls, invece, è rimasto fermo a dove l’avevamo lasciato con i Palladino, alla serie 6. Rory senza mordente e una vita amorosa alquanto confusa e Lorelai che ci aspettavamo fosse cresciuta, e invece no, ci mette ancora quattro puntate per dimostrarcelo. Gli altri? Adorabili macchiette.

Valeva la pena, allora, riscaldare una minestra vecchia di 10 anni per non aggiungere niente di nuovo (se non una debole e inutile satira sui trentenni e un matrimonio che potevano fare 40 puntate fa)? Si e no.

perché è la legge di cinema e Tv americani negli ultimi anni, cioè prequel, sequel, remake e passa la paura. Ma sì anche perché in fondo noi fan siamo sempre un po’ egoisti e ne vogliamo ancora, anche quando un finale c’è già stato.

No perché questo sequel è un guscio vuoto, come vuota è Rory che non legge nemmeno una pagina in 4 puntate e Lorelai che gestisce sempre e solo crisi esistenziali. A che serve poi sganciare la bomba finale delle tanto chiacchierate quattro parole senza dare un seguito alla cosa? Probabilmente solo a soddisfare l’ego della Palladino.

“Gilmore Girls A year in the life”, ovvero come ridimensionare un successo passato

“Gilmore girls A year in the life” è diventata l’occasione per ridimensionare personaggi fin troppo idealizzati, pur lasciandoli indelebilmente nell’immaginario “pop” collettivo. Promuovo la prima puntata unicamente perché l’impatto visivo e il ritorno a Stars Hollow è magico, ma, diciamoci la verità, tutto il resto è un disastro. A partire dall’inutile Paul, fidanzato di Rory che nessuno ricorda, nemmeno noi spettatori. Quando rivedo Logan è quasi un conforto, nonostante sia stata #teamjess fin dalla prima ora. Altrettanto inutile Naomi Shropshire e la storia legnosa del libro da scrivere. Non ci ha creduto nessuno, non mi ha fatto ridere con la storia del topo, in breve: NO.
Menzione speciale e necessaria per Richard Gilmore. Non c’è perché è scomparso il suo interprete nel 2014 e in tutte e quattro le puntate, in teoria, le tre donne Gilmore combattono per andare avanti senza di lui. A dire la verità a Rory quasi non importa nulla, perché è molto più urgente il colloquio con la Condé Nast e ritrovare il suo abito portafortuna. Paradossalmente ho pianto più io per la scena del funerale. 

GILMORE GIRLS

Dopo la prima puntata la storia si dilata e prende pieghe inutili e noiose. Per farvi un breve elenco di tutto ciò che non va:

  • il tira e molla con Logan
  • il lunghissimo sketch sul musical di Stars Hollow di cui si salva solo il cameo di Carole King
  • l’ennesima crisi di Lorelai e l’inutile partenza per la California
  • il ritorno della Brigata della vita e della morte e lo stupido segmento tango
  • i silenzi dei momenti terapia durante i quali vorresti prendere Lorelai a schiaffi
  • i cameo di Christopher, Dean e Sookie che nulla aggiungono alla storia

C’è il ritorno di Jess dal capello lungo, direte voi, ma anche questa apparizione si risolve in un ennesimo sentimento non espresso, uno sguardo attraverso la finestra e il solito pugno di mosche. Quando poi pensi che finalmente si quagli qualcosa col monologo di Luke (in fondo ci ha messo solo 8 serie per chiarire i suoi sentimenti per Lorelai, no?) e il matrimonio anticipato a sorpresa cosa succede? Le ultime parole di Rory: “Mom, I’m pregnant”. E siamo punto e da capo, sono talmente annoiata dal tutto che mi ritrovo a sperare che sia di Logan tradendo la me ragazzina.

L’accoglienza della stampa americana e delle femministe

Il tentativo di rendere contemporaneo questi personaggi è fallito miseramente, nonostante la “letteratura” a proposito di giornali e magazine che avevano eletto Rory come modello per le teenager e Lorelai la donna più divertente al mondo. Il format è stato seppellito dalle sue stesse scelte stupide e l’evolversi semplicistico delle vicende lavorative della Rory trentenne. Così semplicistico che persino Vulture non resiste e si chiede, in un recente articolo: Rory Gilmore and Why We Need Better Fictional Journalism, ma francamente non credo che ci sia bisogno di un miglior racconto del giornalismo in una serie tv di questo tipo. Il Washington Post, invece, va dritto al punto: Rory Gilmore è un mostro, questo perché non è più quella di una volta. Non legge, dice di essere al verde, ma vola verso Londra ogni 5 minuti e si imbarca nella scrittura di un libro inutile. E il giustificare tutti questi cambiamenti come semplici “imperfezioni” di una trentenne moderna è impensabile.

She’s simply unkind and ungrateful, in the most common way possible. Her fans deserved better.

Ma il picco della disapprovazione lo si raggiunge con The Establishment che tira in ballo il White feminism, cioè quel fenomeno per cui il femminismo diventa prerogativa delle donne bianche privilegiate, un tema molto rovente in America. Non c’è interesezionalità in questa serie, ma solo una rappresentazione parziale delle dinamiche sociali attraverso la sola lente di cui la Palladino dispone, quella del suo femminismo a metà.

We expected heartwarming drama. What we got was a white feminist monstrosity.

È difficile per il contesto sociale italiano capire questo tipo di implicazioni, sembrano piuttosto reazioni esagerate verso un prodotto commerciale. Eppure forse nel 2016 dovremmo aspettarci che anche i prodotti commerciali creati da donne per le donne tengano conto di queste tematiche? 

In conclusione

Da qualunque lato lo si voglia guardare questo progetto è stato una grossa occasione mancata, un caotico revival dal finale esagerato e senza possibilità di riscatto. Ma, vi dirò, in fondo sono felice ugualmente, per il caro vecchio spirito de “Il sabato del villaggio” secondo cui l’attesa e la campagna di social marketing su Facebook valgono molto di più del risultato finale.

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