Femminismo vuol dire modernità e giustizia

Femminismo vuol dire modernità e giustizia

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La notizia mi entusiasma parecchio: ogni 16enne svedese riceverà in dono una copia di “We should all be feminists” di Chimamanda Ngozi Adichie, scrittrice nigeriana, autrice di Americanah, Ibisco viola, Metà di un sole giallo e di questo piccolo e intenso saggio sul femminismo moderno.

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L’iniziativa è della Swedish’s women lobby, una organizzazione non governativa il cui scopo è quello di garantire il rispetto dei diritti umani per le donne e raggiungere una completa parità tra i sessi in Svezia, in Europa e nel mondo. Grazie alla collaborazione dell’editore svedese Albert Bonniers Förlag e della sezione svedese delle Nazioni Unite, il libro sarà nelle mani di tutti i sedicenni, maschi e femmine, per stimolare la discussione sul femminismo, la parità fra i sessi e la consapevolezza che essere femministe non è una presa di posizione anacronistica. Essere femministe è una esigenza che tutte le donne dovrebbero avere. 

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Nel 2011 Chimamanda è stata invitata a parlare di fronte al pubblico di TedXEuston proprio sul tema del femminismo e quello che ne è venuto fuori è un pezzo di storia moderna. Questo il discorso dal quale poi è stato estratto il saggio, in Italia edito da Einaudi.

Ma perché è così importante che i sedicenni abbiano accesso a questo libretto in particolare? Cosa dice Chimamanda Ngozi Adichie di diverso rispetto a tutto ciò che è stato scritto/detto nell’ultimo secolo sul femminismo? E perché è così importante parlare di femminismo nel 2015?

Il problema essenziale sono gli stereotipi che il nome stesso evoca: le femministe sono donne poco femminili, arrabbiate, cattive, acide, insoddisfatte.

Non troverai mai marito se continui a fare la femminista.

Il femminismo è una creatura della cultura occidentale, tu sei africana, che c’entri tu?

Le femministe odiano gli uomini.

Queste sono solo alcune delle accuse che l’autrice si è sentita rivolgere nel corso della sua vita in Nigeria, ma la verità è che avrebbero potuto dirle anche in Italia. Lo scopo primario di questo libro, allora, è togliere alla parola femminismo quel bagaglio pesante e negativo che la svilisce, che ne nasconde il significato più puro.

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Non è più tempo di combattere su chi sia più forte o più intelligente fra uomini e donne, è tempo di stabilire una parità di trattamento in ogni campo. Non è logico che le posizioni di prestigio siano destinate solo agli uomini, non è normale che se poi sia una donna a ricoprirle sia legittimo avere dubbi sulla sua credibilità. Chimamanda scrive chiaramente che sono gli uomini a governare il mondo perché sono più importanti nella società attuale. Cosa è più anacronistico, allora, il femminismo o questa scala di valori primitiva?

“We all should be feminists” è di una autrice africana, ma parla per le donne del mondo perché tutte, prima o poi, si sono scontrate con le richieste che la società ci fa. Essere donna significa ancora dover essere belle, carine, perché non è da donne essere aggressive, decise o arrabbiate, e la femminilità deve venire prima di tutto. Non avere troppa ambizione, ne perdi in femminilità, ricordati che il tuo obiettivo è sposarti e avere dei figli, perché altrimenti altre donne e uomini ti riterranno vuota, sterile, incompleta. Ma allo stesso tempo se sei donna e ricopri una posizione di potere non farti vedere troppo femminile, curata, sorridente, perché non sarai credibile. Il destino delle donne è stare nel mezzo, farsi proteggere e tutto questo perché è una radicata cultura antica a dirlo. Non solo quella nigeriana di Chimamanda, non solo quella del sud Italia, ma anche dell’Italia intera, dell’Europa, degli Stati Uniti, di tutto il mondo.

Lo dico parafrasando le parole di Chimamanda: il femminismo è parte integrante dei diritti umani e il non rendersene conto nel 2015 è una imperdonabile mancanza. Femminismo vuol dire uguaglianza sociale, politica e economica dei due sessi e insegnarlo alle nuove generazioni non è altro che un gesto di modernità e giustizia.

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