Femminismo e libertà

Femminismo e libertà

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Le discussioni su immagine, bellezza e femminismo si stanno facendo sempre più fitte sul web e i tre argomenti si intersecano con una facilità tale che vanno a sovrapporsi confondendo un po’ le idee. Per magazine e giornali ogni scusa è buona per eleggere eroine e nuove portavoci del femminismo, molte delle quali improvvisate. Nonostante le esagerazioni, però, questa nuova ondata di femminismo rimane un fenomeno importante da raccontare, perché aumenta la consapevolezza del sé per le donne e combatte la visione univoca della femminilità. Non smetteranno di esistere pubblicità sessiste, né ci libereremo mai del concetto di donna oggetto, ma almeno le ragazze di oggi, quelle più sveglie almeno, sapranno riconoscere questi fenomeni più velocemente.

Che il movimento femminista punti, poi, sui concetti di consapevolezza e accettazione non è un mistero. La figura femminile di riferimento comincia a variegarsi: se per la moda le battaglie continuano, anche se non è un mistero che la magrezza sarà sempre cool per un certo ambiente, nella pubblicità ci si muove in maniera consapevole e i social network facilitano la diffusione di opinione e la creazione di fronti comuni contro la solita idea della donna in bikini a sponsorizzare qualsiasi prodotto.

E no, il problema non sta nella donna in bikini, ma riguarda piuttosto la necessità di individuare un solo canone di bellezza, quello universale fatto di corpi scolpiti, seni enormi e ventre piatto tonicissimo. È l’unicità di questo canone di bellezza a generare l’equivoco: non ti senti accettata? Non ti piaci? È perché non rispetti quel canone che ci siamo autoimposte.

Per attirare l’attenzione sulla diversità come bellezza una visual artist australiana, Amy Herrmann, ha proposto la realizzazione di un progetto fotografico: Underneath, We are…Women.

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Sono ritratti di femminilità diverse fra loro: magre, sovrappeso, toniche, morbide, tatuate, di ogni tipo, possiamo attribuire loro una categoria di apparenza con un solo sguardo, ma non possiamo negare che sono donne, bellissime e femminili. È un caso, però, che le foto siano tutte in lingerie? Si otterrebbe la stessa attenzione se fossero state vestite? O ci troviamo di fronte a nudità artistiche?

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E mentre le donne occidentali parlano di femminismo anche in reggiseno, una studentessa musulmana inglese, Hanna Yusuf spiega a tutti noi in un video del Guardian (qui tradotto per Internazionale) che no, l’hijab, cioè il velo delle donne musulmane, non è sempre sinonimo di debolezza, o almeno non lo è nel suo caso.


Hanna sostiene che se in alcune parti del globo è simbolo di controllo e oppressione, per lei, musulmana praticante, coprirsi è un gesto di liberazione. L’hijab non copre la sua femminilità perché è una libera scelta, uno strumento per rivendicare il controllo sul proprio corpo in un era in cui l’immagine della donna discinta appare ovunque e per qualsiasi scopo.

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Hanna rivendica un femminismo alternativo nella forma, ma non nella sostanza e per quanto sia difficile per una donna occidentale comprendere tale scelta, non è forse peculiarità del femminismo difendere la libertà di scelta di ogni singola donna per sé stessa?

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