Di femminismo e diversità: Lena Dunham, not that kind of girl

Di femminismo e diversità: Lena Dunham, not that kind of girl

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Ultimamente sul web si fa un gran parlare di femminismo, soprattutto in molti magazine online stranieri dopo l’intervento di Emma Watson alle nazioni unite, per esempio, ma anche grazie alle prese di posizione di Beyoncé, e della protagonista del nostro articolo di oggi, Lena Dunham.

Ma prima di porci le solite domande finali, partiamo con le presentazioni. Lei è Lena

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Put. It. Out. (CC my sister: @rachelantonoff)

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Attrice, sceneggiatrice e regista statunitense. Lena è autrice e protagonista di una serie tv che va in onda su HBO, Girls che racconta la tribolata generazione di ventenni a New York ed è forse il caso più eclatante di continuo trending topic sul web. Ciò significa che più o meno a giorni alterni sui social e sui web magazine c’è una notizia che la riguarda. Ultimamente, poi, con tutto questo gran parlare di femminismo, Lena è diventata argomento di dibattito preferito. C’è chi la odia profondamente e chi invece l’ha assunta a role model; il giudizio dipende, il più delle volte, dai selfie che pubblica online, da quante volte appare nuda in Girls, da quale posizione prende e da quanto la ritoccano nelle copertine di Vogue.  

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#tbt to when @officialautumndewilde and I fell deeper in love. This is an outtake from the Playboy shoot where I remained clothed. @shirleykurata provided the circus lookz. Vedi su Instagram

Il suo lavoro autorale è un misto di vita vissuta, ricordi di bambina e femminismo di ritorno e in ogni sua produzione, da Girls ad uno dei suoi primi lungometraggi, Tiny Furniture, c’è una serie di temi ricorrenti che ora hanno trovato spazio in un libro Not that kind of girl, uscito da pochissimo in Italia per Sperling & Kupfer.

Tutti in America ne parlano, tutti lo recensiscono e dopo averlo letto in lingua originale (no, non sarei riuscita ad aspettare la versione italiana) capisco anche il perché. Lena Dunham è una calamita per il web, ma non solo. Lei non è quel tipo di ragazza, ve lo dice e ve lo fa capire, e questa affermazione esula dalla sua fisicità unica, dal totale disinteresse per il conformismo della moda. Lena è capace di indossare una gonna Giambattista Valli e portarla con tale naturalezza e sicurezza che non si tratta più di un banale sdoganamento della taglia 46, ma è un chiaro tentativo di rifondare l’immagine della donna sul red carpet. Essere donne non vuol dire ammiccare a tutti i costi, essere perfette, innaturali, con foto solo dal lato destro perché più fotogenico. Se si viene male in foto importa poco, quella è la mia immagine e la rispetto fregandomene dei commenti alla grandezza del mio sedere, al tono di biondo dei miei capelli tinti, al gusto nel vestirmi.

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Thank you @giambattistapr for the dress of my #dreams

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Not that kind of girl è un racconto in prima persona delle tematiche fondamentali per la crescita di una donna: amore, sesso, il rapporto con il proprio corpo, l’amicizia, il lavoro e tra episodi al confine col grottesco e consapevolezze costruite dolorosamente con gli anni, si scopre che la vita non è solo nella perfezione delle dive di Hollywood, delle lifestyle blogger, dei vip di Youtube, ma anche mail deliranti che non avremmo dovuto mai scrivere, diete mal riuscite, relazioni sbagliate e un approccio tanto maldestro quanto libertino alla sessualità che non imbarazza più dopo i 25 anni. Si cresce, si sbaglia, capita, si sopravvive.

 

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The moment I touched an actual copy of my actual book #nowords

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Quello di Lena è un femminismo istintivo, privo di sovrastrutture (o almeno così potrebbe sembrar in prima analisi), che non si ferma al girl power, ma lo plasma a sua immagine e somiglianza: imperfetto, ma non per questo meno attraente. Il dibattito sul femminismo è vivo più che mai: alcune vogliono per forza dare definizioni univoche precise e filosoficamente coerenti, altre ne fanno una interpretazione più libera e adattabile ai tempi che viviamo, come Lena.

Non mi avventurerò nell’etimologia del termine femminismo, non mi chiederò se Lena lo sia o meno, femminista intendo, né se sia il modello più giusto per i tempi che viviamo. Piuttosto portiamo il tutto (libro di Lena compreso) su un piano meno concettuale e più pratico; parliamo di immagine, di web reputation e di web al femminile. Mi chiedo allora:

  • Il web è il luogo giusto per parlare di femminismo?
  • Quanto è possibile sdoganare il diverso in un mondo, sempre il web, in cui si predica la libertà di pensiero, ma che poi si rivela terra fertile per troll, cattiverie e abusi verbali di vario genere?
  • Quanto spazio avrà il diverso in un mare di blog, canali Youtube e post pubblicati prodotti in serie sullo stesso concetto di lifestyle e bellezza?

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