Apri gli occhi: una riflessione sui meccanismi della paura

Apri gli occhi: una riflessione sui meccanismi della paura

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piazza della borsa bruxelles 22 marzo 2016

I messaggi di solidarietà e pace sull’asfalto di Piazza della Borsa a Bruxelles subito dopo gli attentati del 22 marzo 2016.
(fonte: Il Post credits: KENZO TRIBOUILLARD/AFP/Getty Images)

C’è questo rito con i miei genitori che va avanti da sempre: quando esco di casa loro mi dicono sistematicamente

Apri gli occhi!

un modo per ricordarmi, fra le tante cose, di stare attenta, di prendermi cura di me stessa, non fare stupidaggini e guardarmi dai pericoli. Questa espressione ha sempre dato l’illusione, a me, a loro, a mia sorella, di avere la possibilità di controllare gli agenti esterni e che tutto possa dipendere dall’attenzione di ciascuno di noi.

Fino a qualche anno fa pensavo sinceramente di essere invincibile e che “aprire gli occhi” fosse superfluo. Andavo in Inghilterra da sola, in college abitati da centinaia di ragazzini come me, di ogni nazionalità e religione, e non mi faceva paura nessuno, nemmeno lo sguaiato ragazzino turco, mio coetaneo all’epoca, che sapeva dire un sacco di parolacce italiane e non ho mai capito come facesse a conoscerle. Poi crescendo le cose sono cambiate per avvenimenti privati incontrollabili e per l’attualità che si è fatta sempre più scura. Il mio diventare adulta è stato segnato dall’aumento esponenziale della paura, degli stati d’allarme perenni e le vicende internazionali degli ultimi 15 anni hanno avuto sicuramente un ruolo in questo. Questo vuol dire che per quanto si abbiano gli occhi aperti non c’è più niente che si possa controllare e se alle 8 del mattino sei in un aeroporto presidiato e qualcuno riesce comunque a farsi esplodere non hai molte possibilità, se non sdraiarti a terra e aspettare che tutto finisca in qualche maniera.

Non ho indugiato sulle immagini di Bruxelles, non lo avevo fatto con quelle di Parigi e non lo farò in futuro, per paura, certo, ma soprattutto per non imprimere nella mia mente il fumo, le grida, i pianti. Il mio stato ansioso perenne li riproporrebbe nella mia quotidianità, tormentandomi con una verità inconfutabile: tutti andiamo avanti con convinzione e speranza, certo, ma sempre aggrappandoci alle coincidenze fortuite della vita. Quelle che ti fanno essere all’aeroporto di Bruxelles alle 7 del mattino invece che alle 8; quelle per cui anche se apri gli occhi non è che puoi controllare proprio tutto.

E un’altra coincidenza vuole che proprio in questo periodo io stia ultimando la lettura de “La bambina perduta”, il quarto libro della serie L’amica geniale di Elena Ferrante e abbia da poco attraversato con Elena Greco, la protagonista, due decenni della politica italiana fatta di fascisti e comunisti sul piede di guerra, di omicidi in pieno giorno, attentati, il rapimento di Moro e l’incertezza che la fa da padrona. Un dissesto profondo nelle dinamiche della quotidianità raccontato, di riflesso, nella vita del rione di Napoli al centro di quasi tutte le vicende. E allora mi sono chiesta: da ragazzina sentivo i racconti di quegli anni e mi sembrava tutto così lontano, ma forse quello che provo io adesso è quello che i miei genitori hanno provato allora? Siamo in qualche modo uniti in questo passaggio alla maturità con la paura tra i piedi? Inutile sottolineare che gli eventi contingenti non sono paragonabili e il quadro politico è diverso, più complesso, ma il meccanismo universale della paura non è forse lo stesso? Chissà se si è vissuto anche allora quello “strano” processo per cui all’ennesima notizia hai un brivido di angoscia, ma col tempo impari ad interiorizzare più in fretta e riconosci anche lo schema comportamentale dei media e il balletto dei commenti beceri sui social network su tutti, elemento tipico di quest’ultimo decennio. 

Viviamo inquieti, spaventati, ma allo stesso tempo cerchiano di riprendere la vita il prima possibile per istinto di sopravvivenza, nonostante parlino di “stato di guerra” con insistente gravità. Si può dire che ci stiamo abituando anche noi al terrore? Ma che poi, diciamocelo con sincerità, al terrore ci si abitua mai?

Il mio personale esercizio in questi anni è preservarmi dalla superficialità gratuita, dal flusso incontrollato delle news non verificate sui social network, dall’ossessione delle immagini, dei video amatoriali e dello sciacallaggio delle opinioni. Non voglio nemmeno entrare nelle beghe di chi provoca, di chi crea classifiche di importanza tra avvenimenti a seconda della loro collocazione geografica, né fare il gioco di chi approfitta di queste situazioni per fare la morale puntando il dito. Piuttosto in tutto questo mi farò forza proprio con quel rito quotidiano che non mi abbandonerà mai e che dovunque io sia riecheggerà nella mia mente: apriamo gli occhi e buona fortuna a tutti noi.

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