Cose che all’estero fanno per la salute mentale e in Italia no

Cose che all’estero fanno per la salute mentale e in Italia no

SHARE
, / 377 0

Mi chiedo continuamente il perché si parli tantissimo di disturbi d’ansia e depressione (e in generale della Mental Health) nei media americani e britannici, mentre in Italia si è ancora molto schivi sull’argomento e se ne discute solo attraverso sterili statistiche o usando la terribile espressione “il male oscuro”. Come se la tua anima fosse perennemente messa in ombra e per questo deve essere prima categorizzata con le solite frasi fatte e poi trattata con distacco. Ho imparato a leggere di Mental Health togliendomi dal viso l’espressione di compatimento e tristezza proprio grazie alle prese di posizione, celebri e non, sulla stampa estera. Del resto basti pensare all’accezione della traduzione italiana di Mental health: salute mentale fa solo pensare ai manicomi, alla pazzia, a qualcosa di incontrollabile che spaventa e degrada l’essere umano. In America, invece, Maggio è proprio il mese dedicato alla Mental health awareness, la consapevolezza, cioè, che come ogni altro disturbo di salute può essere seguito, curato, interpretato assieme all’aiuto di uno specialista.

E di Mental Health si parla molto negli Stati Uniti anche dopo la riforma che Trump propone per la sanità americana, The American health care act, che, fra le tante cose, individua le cosiddette “preexisting conditions”, patologie che secondo la legge sono precedenti alla data di attivazione dell’assicurazione sanitaria. E, guarda caso, molte di queste patologie riguardano le donne e la loro salute mentale. Preexisting condition è uno stupro e quindi tutte le cure psicologiche successive non potranno essere supportate dallo Stato Americano, ma la stessa cosa succede a chi è vittima di violenza domestica o della depressione post parto. In questo quadro la presa di posizione di chi soffre di queste patologie contro chi le banalizza è fondamentale.

L’attore Amir Talai ha scelto di lanciare un hashtag proprio in occasione di questo mese di consapevolezza e attività di sensibilizzazione: #TherapyHelped ha permesso a migliaia di utenti Twitter di condividere le proprie esperienze di vita con la terapia. Perché è importante? Perché andare in terapia non è una debolezza da nascondere.

È un segno dei tempi anche questo pezzo del Guardian: We are experiencing a work revolution – and it’s making us mentally ill. Mentre in Italia si parla di lavoro, certo, ma diventa territorio di battaglia preferito degli analfabeti funzionali, Louise Chunn sul Guardian si prende la responsabilità di mettere nero su bianco una questione spinosa per molti, ma terribilmente vera:

tutta questa mobilità, flessibilità, precarietà, e chi più ne ha più ne metta, è un cambiamento epocale dal quale sarà difficile tornare indietro (bye bye posto fisso) e che sta segnando la salute mentale di molti di noi

We are only just beginning to discuss the mental health implications of the post-work world, but they should be as much at the forefront of our thinking as the economic ones.

Non ho mai sentito nessuno in Italia parlare di questo fenomeno e non perché qui non si verifichi, ma perché la nostra cultura non ha ancora superato lo stigma verso questi disturbi.

E mentre noi siamo qui a nasconderci dietro una malsana parvenza di “invicibilità”, sempre in Inghilterra il Duca e la Duchessa di Cambridge, banalmente William, Kate e il principe Harry, avviano una campagna social sui loro profili, coinvolgendo persino Lady Gaga, per sensibilizzare l’opinione pubblica sui tempi dei disturbi e promuovere la loro fondazione Heads Together. Il messaggio è potentissimo:

non bisogna avere paura di ammettere che si sta combattendo una battaglia invisibile agli altri, ma che può dilaniare ogni singola giornata, se non una intera vita. Non bisogna vergognarsi di chiedere aiuto.


E la stampa locale ha notato che tre video di questa portata hanno fatto più di quello che i governi inglesi hanno fatto in tema di Mental health.

I reali di Inghilterra non vi stanno simpatici? Vi consolerà sapere che non sono gli unici a prendere posizione in questo campo, ma si muovono anche altre testimonial d’eccellenza.
La BBB3, per esempio, ha promosso la campagna #1in4. Una persona su quattro soffre di una malattia mentale e lo scopo della campagna è quello di limare lo stigma e la paura sull’argomento.

We will not judge you

Non credo sia fondamentale che nella vita ci sia Tom Hardy o David Tennant a dirmi di non avere paura delle mie debolezze, quello che credo è però che se anche una sola persona su 1000 prenda più consapevolezza grazie ad una foto su Twitter sarà un successo preziosissimo di cui tenero conto.

 

Lascia un commento

Your email address will not be published.

PASSWORD RESET

LOG IN